Vi ritornai l’anno successivo
in barca, con Gianmaria. Da allora in poi, entrambi, non siamo
più riusciti a liberarci dall’”incantesimo”.
Ritornavamo sempre più spesso e i miei progressi marinari
mi avevano concesso la promozione da Mozzo a “Giovannotta
di Bordo”. Sono felice di aver detto Grazie a mio padre,
di una cosa sopra ogni altra: di avermi insegnato ad “andar
per mare” e di avermi portata soprattutto da queste parti.
Le vent se leve il faut tenter de vivre
Questa
frase di Paul Valéry, prima di esser trascritta sul granito
a forma di vela che indica il sepolcro di Gianmaria nel cimitero
di La Maddalena, fu incisa all’interno di un Camper & Nicholsons
35, la barca più amata e vissuta da Gianmaria: l’Arzachena.
L’aveva chiamata cosi in memoria di una disavventura a lieto
fine, vissuta nell’omonimo Golfo durante un corso istruttori
al Centro Velico di Caprera.
Interpretare
la volontà di chi non c’è più, districarsi tra testimonianze di
un passato remoto e affermazioni del presente non è compito facile.
Gianmaria è scomparso nel 1994 e abbiamo letto un suo documento
olografo in cui esprimeva un desiderio: “Le
ceneri del mio corpo-idea al mare, tra Pecora e Caprera”.
Lo
aveva scritto nel 1982 e nel frattempo tanti fatti erano cambiati
e altre storie si accavallavano nella memoria di chi gli era stato
vicino. La più recente di queste raccontava di averlo visto stendere
un fazzoletto bianco sotto un ginepro e di aver indicato quel
pezzetto di terra nel cimitero di La
Maddalena come sua ultima
dimora. Abbiamo voluto credere all’ultima storia perché comunque
non ci sarebbe stato luogo al mondo in cui ricordarlo meglio.
Cosi non esiste luogo a me caro come quest’Arcipelago dove Gianmaria,
in qualche modo, a scelto di riposare e io, per quanto mi sarà possibile
ancora, di vivere_
Giovanna Gravina
(Pubblicato sulla Rivista del Parco Nazionale di La Maddalena.
2001)
> Gianmaria Volontè,
Franco Solinas e La Maddalena - parte I